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LA MILLENARIA STORIA DEL PORTO DI GIULIANOVA

13 dicembre 2020

Dall'antica Roma ad oggi

Nel porto-canale, costruito dai Romani alla foce del Tordino, (Batinus), subito dopo la fondazione della colonia marittima di Castrum, (nel 264 avanti Cristo, all’inizio della prima guerra punica, secondo Velleio Patercolo), i naviganti approdarono per molti secoli. Nell’ultimo tratto il fiume scorreva più a sud dell’attuale alveo. “Il notevole spostamento determinato — come scriveva P. Palma — dalle correnti dell’Adriatico le quali costantemente si dirigono dal Silocco al Maestro, tanto nelle sponde italiche che nelle dalmatine”, ha cancellato ogni residuo archeologico dell’imponente opera, cioè dei munitissimi moli, sovrastati a sinistra dalle mura, volte a mezzogiorno dell’abitato-fortezza, a destra da una rocca, o “civitella’’, elevata sulla pertica coloniale castrense. Le due torri a cono, tracciate sotto il nostro toponimo nella Tabula Peutingeriana, simboleggiano la destinazione, soprattutto militare, della località: “oppidum et ostium”.
È molto probabile che le spedizioni per la conquista dell’Illiria, attuate durante il periodo repubblicano, salpassero anche da Castrum. È quasi certo che Annibale corse e devastò il suo territorio: il “novum” aggiunto al “nomen” significa, forse, una ricostruzione sulle rovine, lasciate dai cartaginesi, contrastati dai locali ‘‘coloniari”, rifiutatisi di abbandonare la posizione strategica, malgrado il contrario ordine, impartito dal Console Livio Salinatore. Non fu soltanto base di flotte da guerra. Accolse in gran numero navi mercantili, esportatrici ed importatrici di cereali e di vini e dei più antichi prodotti in serie: vasi ed anfore. Interessò gli opposti schieramenti al tempo delle guerre civili. Le sue triremi furono predate da fautori di Silla, militanti al comando di Pompeo Magno, impadronitisi di sorpresa della “colonia”, sostenitrice di Mario. Vide passare Giulio Cesare diretto a Roma per abbattervi la Repubblica. Il suo agro fu “assegnato” ai “veterani” di Ottaviano Augusto. Continuò ad assolvere ai suoi compiti bellici e mercantili per tutta la durata dell’impero di Occidente, alla cui caduta sopravvisse lungamente. Una antichissima pia leggenda vuole che la nave greca che recava a Ravenna, per disposizione di Galla Placidia, figlia di Valentiniano III, le spoglie di S. Flaviano, vescovo e martire, fosse spinta dal vento nelle sue acque. Come che sia, nell’alto medioevo intervenne la variazione onomastica da Castrum Novum a Castrum Divi Flaviani, poi Flavianum o Flabianum, più tardi Castel S. Flaviano: variazione indicativa di nuova epoca, di diversa civiltà. Ne fa testimonianza il Cartulario della Chiesa teramana, in documenti, redatti fra il IX e il XII secolo, menzionanti più volte Castrum, il porto e un “insula”, antistante — si crede — il suburbio dell’antica “civitas”, (così qualificata nell’itinerario di Antonino Pio). Se non è apocrifa, la donazione dell’anno 956, dall’imperatore Ottone a San Massimo e al Vescovado Forconiano, nei pressi dell’odierna L’Aquila, si riferisce “locus”, nella contea aprutina chiamato San Flaviano, dotato di un ampio porto, assai redditizio in oro e argento, in ferro e sale. Sappiamo che la comunità flavianese traeva buoni utili dal fondaco e dalla dogana portuali e che misurava e pesava le merci a modo proprio. Ma i balzelli che imponeva ai mercanti, erano esosi. Se ne lamentarono il padre di Giovanni Boccaccio e altri “lanieri” e “pannari” fiorentini, in un ricorso alla corona che, in persona di Giovanna I d’Angiò, riconobbe e riprovò l’esosa politica fiscale denunziata.
Del movimento commerciale da e per il porto e dei tributi connessi si ingerivano, sotto gli svevi e le posteriori monarchie, un “credenziero” e minori funzionari. Alle loro dipendenze gabellieri e scaricatori.
Nel 1460 il condottiero di ventura Giacomo Piccinino, partitante per gli Angiò, scesi in campo per la riconquista del Reame, potette sbarcare le sue artiglierie sui moli di Castel S. Flaviano, ancora efficienti.
La battaglia del 26 luglio di detto anno, aspramente combattuta, nelle piane di Tordino tra angioini ed aragonesi, il successivo sacco della vecchia fortezza, posto in essere dai teramani nemici del feudatario Giosia d’Acquaviva, il trasferimento degli abitanti dal sito ormai insalubre all’ameno colle su cui sorge Giulianova e — massimamente — il bradisismo che nel Sec. XVI sollevò il fondo del mare e rese impraticabile al naviglio la foce del fiume, furono i fatti finali della più che millenaria storia del porto di Castrum.
Il ricordo del porto e la speranza di riaverlo non abbandonarono mai i giuliesi. Tuttavia soltanto dopo l’Unità d’Italia, furono redatti e presentati precisi progetti di ripristino ma in sede mutata. Fu esclusa la pura e semplice ricostruzione allo sbocco in mare del Tordino, non più navigabile e divenuto in epoca franco-napoleonica il confine sud del Comune. Instabili pontili in legno di varia lunghezza ed ampiezza venivano realizzati di volta in volta da privati per ragioni contingenti di carattere commerciale, come lo scarico da barconi a vela di legname e di carbone acquistati in Slovenia, e l’imbarco specialmente per l’Austria- Ungheria di “terraglie” di Castelli. (Operazioni vigilate dalla dogana di prima classe istituita a Giulianova da Ferdinando I d’Aragona, in segno di regale affetto per il suo familiare Giuliantonio d’Acquaviva, il fondatore del nuovo paese). La questione, dibattuta per decenni, in seno ai Consigli Comunali eletti, dal 1860 in poi con risultati sempre deludenti, fu ripresa ed avviata a soluzione quasi all’improvviso, poco prima della “grande guerra”. Del porto artificiale tanto desiderato furono patroni autorevoli il Sindaco Giuseppe de’ Bartolomei e il deputato del locale Collegio Uninominale Roberto de Vito, Consigliere di Stato, legatissimo al Giolitti e molto influente negli ambienti politici decisionali. Il 6 novembre 1913 quando Giulianova conferì all’on. De Vito la cittadinanza onoraria – era già in avanzata fase di costruttiva un “pennello scogliero” un molo raggiungibile con facilità dalla via del mare, oggi via Nazario Sauro. In testa alle benemerenze che motivarono la delibera, adottata per acclamazione, del predetto conferimento, figura la struttura portuale in corso d’opera. Altri meriti dell’“insigne” parlamentare, quali l’istituzione di una scuola professionale di arti e mestieri e il progetto di bonifica della Borgata Marina passarono in seconda linea, rispetto alle meritorie attività spiegata per il “pennello scogliero” che oltre tutto “puliva” il lido dell’alta barriera di breccia che ne aveva ostacolato finora la frequenza balneare dal Salinello al Tordino: barriera utilizzata per farne scogli.
Occorre precisare che della non lieve spesa richiesta per il porto, (o - meglio per il suo embrione), lo Stato sosteneva poco meno dei tre quarti; il resto — circa un quarto — gravava sul Comune, le cui finanze non erano floridissime. Di questa partecipazione agli oneri dell’“intrapresa” si ricordarono ben presto, (seduta del Consiglio Comunale del 21 dicembre 1914), alcuni avveduti consiglieri, per richiamare l’attenzione del pubblico e delle autorità sulla permessa “sostituzione del materiale di spiaggia”, (la barriera di breccia, appunto) “a quello di fiume e del cemento di Senigallia a quello di Palazzolo che aveva importato una economia di lire 5,00 al mc. di calcestruzzo”, ma non un corrispondente “ribasso” da parte dell’appaltatore, dichiaratosi disposto a ridurre il suo incasso a sole lire 0,90: offerta stimata irrisoria. Non si venne a capo di nulla, un po’ per le remore nascenti dal fatto incontrovertibile che la direzione dei lavori spettava in esclusiva al Genio Civile, sotto il continuo controllo del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, molto per il sopravvenire degli eventi bellici imponenti il rinvio della disputa a tempi migliori. Naturalmente nel dopoguerra non si parlò più di costi così bassi. Comunque il porto di Giulianova continuò ad essere costruito. (fonte: Riccardo Cerulli su www.giulianovaweb.it)


… negli anni ’20 e ’30 si aggiungono il secondo pennello e vari prolungamenti; fra i due moli si crea una bocca di circa 130 metri di larghezza con un fondale di circa 4-5 metri. Sul finire degli anni ’30 la sistemazione del lungomare (1937-1962), l’inaugurazione del mercato ittico all’ingrosso (1938), la prima mostra ittica (1939), la costruzione di alloggi popolari e della Casa del pescatore (1939), i primi pescherecci a motore evidenziano grande fermento e vivacità progettuale e gli echi di uno sviluppo futuro incentrato sempre più sul sistema portuale. Durante la seconda guerra mondiale (1940-1945) il Governo italiano requisisce le imbarcazioni del bacino giuliese con una portata superiore a 30 tonnellate per adibirle come dragamine nelle zone belliche. Nel 1946 vengono realizzati dei massi artificiali per i lavori di ristrutturazione e ricostruzione del porto, gravemente danneggiato dai bombardamenti. Nel decenni seguenti proseguono i lavori di adeguamento delle strutture all’interno del bacino con la creazione della banchina di riva e del porticciolo turistico. (Fonte: www.enteportogiulianova.it)

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